Il Corriere di Trieste

TRIESTE: SPORT E BAGNI DI MARE SUI RIFIUTI TOSSICI ?

TRIESTE: SPORT E BAGNI DI MARE SUI RIFIUTI TOSSICI ?

TRIESTE: SPORT E BAGNI DI MARE SUI RIFIUTI TOSSICI ?

Indagine di Paolo G. Parovel

 

Trieste, 13 settembre 2026 – L’Amministrazione comunale di Trieste del discusso Sindaco Roberto Dipiazza ha destinato ad attività sportive e bagni di mare un’enorme discarica costiera illegale di rifiuti tossico-nocivi creata dallo stesso Comune che non è stata mai bonificata.

Ma non è un’operazione di recupero ambientale, né un “regalo” alla città. È un giro di appalti per milioni di euro di denaro pubblico che consoliderebbe il danno ambientale con nuovi rischi per la salute pubblica.

Il terrapieno costiero avvelenato.

Il Comune di Trieste aveva usato dal 1967 al 1987 un tratto di costa inutilizzata del Porto Franco Nord per scaricare illegalmente a mare senza nemmeno barriere di contenimento grandi quantità di rifiuti tossico-nocivi, incluse le ceneri dell’incenerimento dei rifiuti, per cui ora l’intero tratto costiero è contaminato dalle diossine.

Quelle attività di discarica illegale hanno formato con gli anni un terrapieno avvelenato di 12 ettari lungo due chilometri di costa del Porto Franco Nord.

Ma la maggior parte dei cittadini ne sa poco o nulla perché l’attività di discarica illegale avveniva nel recinto doganale del Porto Franco, dove potevano entrare soltanto gli addetti.

Dopo cessate le attività di discarica illegale, sul terrapieno avvelenato è inoltre cresciuta una stentata vegetazione spontanea che gli ha dato l’aspetto esteriore ingannevole di un grande spazio costiero naturale.

Che sia invece una gigantesca discarica illegale di veleni era ed è ben noto a tutte le Autorità locali che avevano l’obbligo giuridico di impedirla e di eseguirne od imporne la bonifica.

Fin dal 18 novembre 1980 il Medico Provinciale di Trieste raccomandava al Comune di Trieste di non scaricare più le ceneri dell’incenerimento a Barcola, vista la loro tossicità.

Le indagini della magistratura.

Dal novembre 2005 al settembre 2007 la magistratura ha messo sotto sequestro il terrapieno per accertamenti affidati ai Carabinieri del NOE – Nucleo Operativo Ecologico.

La denuncia dell’inquinamento era stata presentata nell’agosto 2005 dalla sezione di Trieste dei Friends of the Earth (amici della Terra) presieduta da Roberto Giurastante, che ha anche incluso il caso nel suo libro-inchiesta “Tracce di Legalità” edito nel 2010.

 

Le perizie tecniche pubblicate nel 2005-2006 hanno confermato sia la presenza dei rifiuti tossici, in particolare diossine cancerogene, metalli pesanti ed idrocarburi, sia le responsabilità per la discarica illegale e per la sua omessa bonifica.

Le indagini tecniche erano state eseguite nel terrapieno, dalla foce del torrente Bovedo fino al Molo 0, ma le perizie segnalavano che la discarica a mare senza barriere di contenimento doveva aver contaminato anche i sedimi marini di quel tratto di costa.

Dal 2005-2006 questa situazione di pericolo era nota anche ufficialmente a tutte le Autorità locali responsabili dell’ambiente e della salute pubblica, ed in particolare al primo responsabile, che è per legge il Sindaco, ed era lo stesso Roberto Dipiazza.

I pericoli principali.

 

I pericoli principali di questo genere di situazioni non riguardano soltanto l’inquinamento delle acque di falda.

Riguardano anche la possibilità si affioramento delle sostanze tossiche, della loro polverizzazione nell’aria per effetto del vento, e della loro presenza nei fanghi marini sotto riva smossi dalle maree e dal moto ondoso.

Gli esiti possono essere perciò intossicazioni graduali particolarmente insidiose perché le sostanza tossiche polverizzate nell’aria o disciolte nell’acqua rimangono invisibili.

E vi sarebbero particolarmente esposti sia coloro che svolgono attività fisiche all’aperto, sia i nuotatori ed i bambini che giocano a terra e nell’acqua bassa.

La necessità di sicurezza.

Utilizzare quel terrapieno e quel tratto di costa in condizioni di sicurezza accertate sarebbe perciò possibile soltanto dopo bonifica preliminare rigorosa e completa, che è anche obbligatoria per legge.

Ma è necessario anche il completamento preliminare degli accertamenti del 2005-2007 con nuove indagini che includano la ricerca di composti polifluoroalchilichi (PFAS) e la situazione dei sedimenti marini sotto costa.

È inoltre evidente che le condizioni di sicurezza sanitaria dell’area non possono venire certificate da politici e amministratori pubblici, ma soltanto da autorità sanitarie qualificate che se ne assumano tutte le responsabilità.

Il progetto del Comune.

Dalle informazioni diffuse dal Comune risulterebbe invece che per le attività sportive verrebbe realizzato soltanto una copertura isolante del suolo, che sarebbe perciò una soluzione incompleta e temporanea.

Per gli usi balneari sarebbero invece previste una scogliera e delle piccole spiagge, che attirerebbero i bagnanti senza modificare i rischi delle sostanze inquinati.

Vi sono quindi seri motivi per ritenere che la decisione del Comune di destinare il terrapieno avvelenato ad attività sportive ed ai bagni di mare senza una bonifica preventiva completa possa rivelarsi un attentato senza precedenti alla salute pubblica.

Non si comprende inoltre con quali criteri siano stati destinati ad un’operazione di questo genere milioni di euro di denaro pubblico, anche europeo, e malgrado le autorità di vigilanza dell’UE fossero al corrente e della situazione.

Ma in ogni caso ci sembra evidente che i rischi di questo progetto del Comune di Trieste debbano essere valutati subito e seriamente da tutte le altre Autorità che hanno l’obbligo giuridico di impedirli.

Anche per riaprire le indagini sul precedente minore specifico nel Comune di Muggia, dove un terrapieno costiero creato con la discarica illegale di rifiuti tossico nocivi è stato ribattezzato “Acquario” e trasformato senza bonifica in stabilimento balneare.

Ma è opportuno anche identificare la genesi e le responsabilità dell’operazione attuale.

 

Il progetto di piattaforma logistica sabotato.

Il Porto Franco Nord è uno dei due grandi punti franchi permanenti del Porto Franco internazionale di Trieste istituito dal vigente Trattato di Pace con l’Italia del 1947, e come tale non può venire spostato né ridotto, ma soltanto ampliato.

Negli anni ’70 gli operatori portuali avevano perciò proposto di eliminare il problema del terrapieno avvelenato trasformandolo da danno e costo a risorsa di sviluppo.

La loro soluzione consisteva infatti nel sigillarlo completamente con la costruzione di una nuova grande piattaforma logistica per ampliare il Porto Franco Nord.

L’ampliamento necessario è stato perciò eseguito con un provvedimento normativo speciale, il DPR 714/1969, art. 6. Tabella A (LINK), secondo le disposizioni dall’art. 2 della legge italiana di esecuzione del Trattato di Pace del 1947 (DlgsCPS n.1430/1947 ratificato con L. 3054/1952).

Questa variante venne quindi inserita anche nel Piano Regolatore Generale della Regione (LINK) conformemente alla tabella A del del Decreto.

Ma dal 1981-1982 alcuni ambienti particolari hanno organizzato la disattivazione graduale del Porto Franco Nord per destinarlo ad una colossale speculazione edilizia ed immobiliare illecita.

È la “truffa del porto vecchio”, resa possibile da omertà politiche ed istituzionali scandalose che abbiamo documentato e denunciate con le nostre inchieste (LINK).

La truffa del “porto vecchio”.

La truffa è infatti consistita, e consiste tuttora, nel simulare che il Porto Franco Nord sia un “porto vecchio” divenuto inutilizzabile, da declassare ad area urbana e consegnare al Comune per usi immobiliari ed edilizi.

A questo scopo è stata paralizzata in silenzio anche la realizzazione della nuova piattaforma logistica prevista per legge, e dal 2016 il Comune ha preso possesso di quasi tutto il Porto Franco Nord, incluso l’enorme terrapieno avvelenato, che non può venire utilizzato senza una bonifica completa, che sarebbe molto lunga e costosa.

Ed a questo punto l’amministrazione Comunale Dipiazza e le altre Autorità responsabili sembrano avere scelto di ignorare ufficialmente la presenza già accertata dei veleni, o di negare la loro pericolosità.

Hanno infatti ribattezzato la discarica avvelenata “terrapieno di Barcola” come se potesse diventare un’estensione dell’omonima riviera balneare gratuita di Trieste, che dà anche il nome ad una celebre regata internazionale.

Ed hanno usato questa suggestione per propagandare ai cittadini ignari e fiduciosi i progetti di nuovi impianti sportivi e balneari che il Comune sta ora realizzando.

Ma quello che più sorprende gli osservatori indipendenti è constatare che lo sviluppo pluridecennale di questo intreccio di illegalità attorno al Porto Franco Nord sia stato reso sinora possibile a Trieste da complicità attive e passive di tutte le Autorità che avevano ed hanno l’obbligo giuridico di far rispettare le leggi.

Anche perché ogni investigatore sa che le situazioni nelle quali i poteri pubblici violano attivamente o passivamente le leggi che dovrebbero difendere è l’indizio più convincente della presenza operativa di sistemi di corruzione.