Il Corriere di Trieste

Trieste: il Restaurant kosher dei Goldberger

La memoria è il fondamento dell’identità, che determina i nostri comportamenti individuali e sociali. La necessità di conservare o ripristinare la memoria è perciò ancor maggiore dove violenze ideologiche l’hanno alterata e sostituita con una costruzione artificiale di rimozioni, disinformazioni e propagande: una “protesi d’identità” (LINK).

È il caso della città e porto franco di Trieste, austriaca dal 1382 al 1918, quando venne occupata dall’Italia. Da quel tragico 1918 la memoria storica della popolazione plurinazionale di Trieste è stata manipolata per sostituirla con una “protesi d’identità” nazionalista italiana, costruita con propagande razziste antislave e poi anche antisemite, accompagnate da demolizioni del tessuto urbano antico per imporvi monumenti ed edifici del nuovo regime.

Nel centro storico di Trieste, tra gli edifici sette-ottocenteschi della piazza della Borsa l’architettura della Sezession viennese irrompe con le vistose decorazioni floreali e geometriche della “Casa Verde”, o Casa Bartoli, dell’architetto Max Fabiani, inaugurata nel 1906, due anni dopo il suo celebre Narodni dom (LINK) degli sloveni, dei croati e dei cechi con le preziose vetrate di Kolo Moser.

Nella Trieste austriaca dell’epoca, dietro l’elegante prospettiva originaria degli edifici sino all’inizio del Corso il quartiere medievale del commercio, detto Riborgo (Freiburg). ospitava ancora il cuore culturale e religioso della Trieste ebraica, con le Scuole e la Sinagoga settecentesca, di rito ashkenazita e sefardita.

Ma il Narodni dom venne incendiato e distrutto nel 1920 dai nazionalisti italiani, e tra il 1928 ed il 1937 il regime fascista demolì sia gli edifici storici tra la Casa Verde e Riborgo, sia quelli ebraici retrostanti (LINK), per sostituirli con un complesso edilizio massiccio e sgraziato nello stile di regime, che includeva una grande “Casa del Fascio”.

Era la nuova sede locale del partito fascista, alleato dei nazisti e già intento a preparare le liste di proscrizione per le infami leggi razziali italiane che Mussolini volle proclamare nel 1938 proprio a Trieste, da un palco gigantesco eretto nella vicina piazza Grande ribattezzata “dell’Unità” (italiana), davanti ad un’enorme folla di fascisti urlanti portati da mezz’Italia e di cittadini silenziosi ed attoniti (LINK).

La discriminazione razziale proclamata a Trieste da Mussolini segnava la frattura più brutale nella storia della città, e scatenò gli squadristi all’assalto e saccheggio delle attività commerciali dei triestini di fede ebraica, come già prima di quelli di nazionalità slovena e croata.

La comunità ebraica di Trieste, sempre fedele all’Austria tranne pochi irredentisti italiani, aveva già patito l’emigrazione dopo il 1918. Con le discriminazioni fasciste italiane del 1938 incominciò il calvario delle partenze di chi poteva rifugiarsi all’estero, e della sofferenza e paura crescenti di coloro che vollero o dovettero rimanere finendo poi quasi tutti arrestati, deportati ed assassinati dai nazisti su delazione dei fascisti italiani.

Mutava così, tragicamente, anche il volto originario della Trieste mitteleuropea, dove dal 1907 al 1931 l’antichissima ed attiva comunità ebraica si era anche affacciata direttamente sulla piazza della Borsa dalla veranda e dai primi due piani della Casa Verde con l’elegante, celebre ed affollato Restaurant kosher della famiglia ungherese-triestina Goldberger.

Il capofamiglia Armin Goldberger (LINK), nato nel 1870 a Hőgyész, nella provincia di Tolna, si era diplomato al Seminario pedagogico ebraico di Budapest e parlava l’ungherese, il tedesco, l’yiddish e l’ebraico. Nel 1892 si era sposato con Sarolta (Charlotte) Kohn, nata nel 1872 (LINK). Dopo la nascita nel 1893 del loro primo figlio, Géza, si erano trasferiti a Graz, dove Armin aveva ottenuto un incarico di insegnante ed erano nate le loro due figlie, Margit Miriam (Margarita, Margherita) nel 1894 ed Irene nel 1898.

Nel 1907 Armin e Sarolta Goldberger si trasferìrono con i figli a Trieste, fiorente capitale marittima dell’Austria Ungheria, dove aprirono l’elegante Restaurant kosher Goldberger in piazza della Borsa (vedi foto di copertina), e poi la Pension Goldberger – Villa Riviera a Grado, celebre località balneare del Litorale Austriaco (LINK). Il ristorante divenne ben presto celebre e frequentatissimo per la qualità e varietà della sapiente cucina ebraica di Sarolta.

Mentre Miriam studiava da infermiera ed Irene pianoforte e canto, Géza nel 1911 si diplomò allo Staats-Real-Gymnasium di Trieste e trovò lavoro alle Assicurazioni Generali. Poiché oltre al tedesco ed all’italiano (e al triestino) parlava perfettamente l’ungherese, l’anno seguente venne assegnato all’ufficio Assicurazioni sulla Vita della sede centrale delle Generali a Budapest, e si iscrisse contemporaneamente all’Università di Graz.

Nel 1914 il corteo funebre dell’erede al trono Arciduca Francesco Ferdinando e della moglie contessa Sophie, assassinati da un terrorista a Sarajevo, sfilò anche sotto la veranda del Restaurant Goldberger (LINK), sotto gli occhi di una folla commossa ed ignara delle conseguenze che stavano per travolgere l’intera civiltà austro-ungarica ed europea.

Allo scoppio della guerra Armin e Géza vennero arruolati nell’esercito territoriale del Regno d’Ungheria (Königlich Ungarische Landwehr – Magyar Királyi Honvédség) che era una delle tre componenti delle Forze Armate austro-ungariche, dove i combattenti di fede ebraica furono oltre 300.000 ed ebbero 40.000 caduti (LINK; LINK).  Margit andò a prestare servizio volontario come infermiera in un ospedale militare.

Armin venne inviato a Kadarkút nella provincia di Somogy, mentre Géza (LINK) partì per il fronte di Galizia con la II Compagnia del Magyar Királyi 17. Honvéd gyalogezredet – Königliches ungarisches Landwehrinfanterie-Regiment Nummer 17, di Székesfehérvár.

Il 10 maggio 1915, durante l’offensiva di Gorlice-Tarnów, Géza Goldberger cadde eroicamente in combattimento vicino a Karlików (LINK). La commemorazione pubblicata dai colleghi assicuratori di Budapest lo annovera tra gli eroi delle Generali: a Generali hőseí sorában (LINK).

Finita la guerra, Margit (LINK) sposò il commerciante triestino d’origine viennese Filippo (Philipp) Pinchas Kron, ex ufficiale austro-ungarico che si era distinto per valore sui fronti russo ed italiano, ed ebbe due figlie, Erica e Noemi. Irene (LINK) sposò l’imprenditore di Praga Gustav Sušički, produttore di attrezzature elettriche e medicali, dal quale ebbe un figlio, Loris.

Armin e Sarolta continuarono a gestire la pensione di Grado ed il Restaurant di piazza della Borsa (dove i fascisti li costrinsero a cambiare l’insegna in “Ristorante”: LINK) sino all’inizio degli anni Trenta, quando si trasferirono a Praga per gestire il ristorante kosher del Beth Ha’am (Židovský lidový dům – Jüdisches Volkshaus: LINK).

Armin non vide le tragedie degli anni successivi, poiché morì a Praga nel 1933 (LINK), e Sarolta ritornò a Trieste, dove andò ad abitare con figlia Margit ed il genero Filippo Kron, riprendendo ad occuparsi durante l’estate della Pensione Goldberger nella Villa Riviera a Grado.

Dal 1938 le attività di lavoro della famiglia vennero rese sempre più difficili dalle leggi razziali italiane che imponevano la discriminazione degli ebrei nella vita civile, nello studio, nelle professioni, ed era accompagnato da vessazioni economiche, minacce e violenze crescenti. I Kron inviarono le giovani figlie Erica e Noemi in Palestina, ma rimasero egualmente a Trieste con Sarolta, che vi morì l’11 ottobre 1940.

Due anni dopo, nella Cecoslovacchia occupata dai nazisti Irene Goldberger, il marito Gustav ed il figlio Loris vennero arrestati e deportati nel lager di Terezin-Theresienstadt, dal quale vennero trasferiti nell’ottobre 1944 al campo di sterminio di Auschwitz, dove vennero uccisi.

Nel settembre 1943, all’arrivo dei nazisti anche a Trieste, Margit e Filippo riuscirono a rifugiarsi nel Veneto, a Pieve di Soligo, dove trovarono sistemazione provvisoria sfuggendo ai rastrellamenti sino alla fine della guerra. Filippo venne arrestato casualmente come ostaggio italiano da fucilare, ma Margit convinse i tedeschi a rilasciarlo come ex ufficiale austro-ungarico.

I Kron poterono rientrare a Trieste liberata nel 1945, ma Margit si era ammalata gravemente e morì il 27 luglio 1946. Filippo si risposò a Trieste con Erica Cilla, e dopo la morte di lei, nel 1960, raggiunse le figlie in Israele, dove Noemi, sposata con l’ingegner Rudolf David Larisch, viveva a Tel Aviv, ed Erica, sposata con Haim Zudkowitz, a Haifa, dove Filippo morì nel 1967.

La vicenda della famiglia Goldberger che si sviluppa così fra Budapest, Graz, Trieste, Praga, Tel Aviv e Haifa, merita di essere riportata alla memoria sia in sé, sia come testimonianza dell’identità e della storia vere di Trieste come mosaico naturale pacifico e prezioso di origini, lingue, religioni e culture.

Il mosaico di quella che era allora la “Philadelphia d’Europa” (LINK) nata attorno al suo porto franco, con le sinagoghe di una comunità ebraica radicata dal III secolo, con le chiese delle confessioni cristiane cattolica, serbo-ortodossa, greco-ortodossa, armena, evangelica e la moschea per i suoi fedeli soldati bosniaci.

Ed è forse destino simbolico che nel 2018, dove il ristorante kosher dei Goldberger aveva testimoniato nel cuore di Trieste quella feconda realtà multiculturale interrotta nel 1918, abbia oggi sede il Movimento Trieste Libera, che opera per il rinnovarla.

Paolo G.Parovel, 27 gennaio 2018

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