Il Corriere di Trieste

La trappola del Memorandum d’Intesa Italia-Cina

Le analisi sull’inaffidabilità strategica crescente dell’Italia confermano da tempo che il potere delle mafie e la corruzione ne sono soltanto fattori collaterali.

Il fattore principale di inaffidabilità è la crescita straordinaria dei livelli di ignoranza ed irresponsabilità della classe politica italiana, che continua a venire selezionata per qualità negative invece che per capacità e meriti.

Questo è anche il motivo per cui l’Italia sta mettendo a rischio gli equilibri strategici euro-atlantici impegnandosi in accordi bilaterali che consentirebbero alla Repubblica Popolare Cinese di colonizzare le infrastrutture e l’economia della Repubblica Italiana.

Ne abbiamo già scritto per quanto riguarda i tentativi di coinvolgere illegittimamente negli accordi bilaterali italo-cinesi anche l’attuale Free Territory of Trieste, che è uno Stato terzo, ed il suo Porto Franco internazionale sul quale vi sono diritti di tutti gli Stati (LINK).

Le violazioni di obblighi internazionali 

Quei tentativi vìolano anche gli obblighi internazionali della Repubblica Italiana e del Governo italiano verso l’attuale Free Territory of Trieste, verso gli altri Stati, verso le Nazioni Unite e verso la NATO.

Sono gli obblighi internazionali stabiliti dal Trattato di Pace con l’Italia del 1947, dal relativo Memorandum d’intesa del 1954 riguardante il Free Territory of Trieste, dalla Carta delle Nazioni Unite e dal Trattato Nord Atlantico.

Con il Memorandum del 1954 i Governi degli Stati Uniti d’America e del Regno Unito di Gran Bretagna ed Irlanda del Nord, quali amministratori primari per conto del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, hanno sub-affidato alla responsabilità del Governo italiano l’amministrazione civile provvisoria dell’attuale Free Territory of Trieste. E con atti immediatamente successivi hanno affidato la sua difesa militare alla NATO.

Di conseguenza, il Governo italiano è obbligato a non concludere accordi in contrasto con il Trattato Nord Atlantico (si veda il suo art. 8) sia per quanto riguarda l’Italia, sia per quanto riguarda l’attuale Free Territory amministrato: «the area of Trieste under Italian administration» [NATO documents MCM-14-54, C-M(55),C-R(55)23, C-R(55)8, SGWM 288-55, M.C. 53(55)].

L’analisi del Memorandum italo-cinese

L’analisi del testo del Memorandum d’Intesa che il Governo italiano ha sottoscritto a Roma il 23 marzo 2019 con il Governo della R.P.C. ha riconfermato sia la fondatezza delle preoccupazioni in argomento per quanto riguarda l’economia e la sicurezza dell’Italia e dell’area NATO, sia la necessità di ribadire l’estraneità del Free Territory of Trieste a tutti gli accordi tra Italia e Cina.

A questo secondo aspetto del problema ha già provveduto la International Provisional Representative od the Free Territory of Trieste – I.P.R. F.T.T. con una nota in lingua inglese trasmessa il 29 aprile 2019 al Governo italiano ed al Governo della R.P.C. (LINK), il cui contenuto dovrebbe però interessare anche i politici ed i mass media italiani.

La nota della I.P.R. F.T.T. rende infatti evidente che il Memorandum italo-cinese del 23 marzo 2019 nasconde una vera e propria trappola giuridico-diplomatica sulla protezione degli investimenti. Una trappola che i sostenitori politici e mediatici italiani dell’accordo hanno sinora nascosto o ignorato.

La trappola nascosta nel Memorandum del 23 marzo

Come noto, e per motivi evidenti, gli USA, la NATO e l’UE avevano manifestato aperta opposizione agli accordi bilaterali di cooperazione economica che il Governo italiano ha voluto egualmente sottoscrivere con la Repubblica Popolare Cinese il 23 marzo 2019.

Meno noto è che erano contrari a quegli accordi anche i funzionari più esperti dello stesso Ministero degli Esteri italiano.

I Governi italiano e cinese hanno perciò presentato il loro Memorandum d’Intesa bilaterale del 23 marzo come una mera dichiarazione d’intenti che non fornirebbe protezioni speciali ai grandi investitori di Stato della R.P.C.

Il Memorandum (LINK) dichiara infatti al paragrafo V (Divergenze Interpretative) che «Le Parti  risolveranno amichevolmente eventuali divergenze interpretative del presente Memorandum d’Intesa mediante consultazioni dirette».

Ma non è affatto così, perché questa dichiarazione è neutralizzata dai paragrafi IV e VI dello stesso Memorandum d’Intesa.

Il paragrafo IV (Meccanismi di collaborazione)stabilisce infatti che le Parti «utilizzeranno appieno i meccanismi bilaterali già esistenti», che come tali non sono stabiliti da dichiarazioni d’intenti, ma da accordi bilaterali già ratificati ed eseguiti negli ordinamenti giuridici della Repubblica Italiana e della R.P.C.

Il paragrafo VI (Legge applicabile) conferma la prevalenza giuridica di quegli accordi sui contenuti del Memorandum: «Il presente Memorandum d’Intesa non costituisce un accordo internazionale da cui possano derivare diritti ed obblighi di diritto internazionale. Nessuna delle disposizioni del presente Memorandum deve essere interpretata ed applicata come un obbligo giuridico o finanziario o impegno per le Parti. L’interpretazione del presente Memorandum d’Intesa deve essere in conformità con le legislazioni nazionali delle Parti nonché con il diritto internazionale applicabile».

L’accordo del 1985 sugli investimenti

Le leggi vigenti dei due Paesi così privilegiate dal Memorandum d’Intesa del 2019 includono anche un «Accordo tra il Governo della Repubblica Italiana e il Governo della Repubblica Popolare Cinese relativo alla promozione ed alla reciproca protezione degli investimenti» firmato a Roma il 28 gennaio 1985, che è stato ratificato ed eseguito dall’Italia con Legge n. 109/1987 (LINK).

È un accordo costitutivo obblighi internazionali, che sono resi vincolanti e prevalenti nell’ordinamento giuridico della Repubblica Italiana dagli artt. 10 primo comma, 117 primo comma e 120 secondo comma della sua Costituzione, e non appaiono formalmente in contrasto con la legislazione dell’UE.

L’art. 11 dell’accordo sugli investimenti impone anche la risoluzione arbitrale delle divergenze in materia di investimenti che non siano risolte in via amichevole. E questo “meccanismo bilaterale già esistente” offre alla R.P.C. un vantaggio strategico assoluto nelle dispute sulla protezione dei loro investimenti in Italia, anche a danno dello Stato italiano, delle sue imprese e dei suoi cittadini.

Come ha infatti segnalato il giornalista investigativo Paolo Barnard, i potenti investitori di Stato della R.P.C. che ritenessero danneggiati i propri investimenti in Italia potranno utilizzare il meccanismo arbitrale a proprio favore, mentre lo Stato italiano ospitante, i suoi cittadini e le sue imprese non potranno citare in giudizio un investitore cinese che li danneggi.

Nel caso di Trieste, se fosse un porto dello Stato italiano l’accordo bilaterale italo-cinese del 1985 proteggerebbe dunque, rendendoli irrevocabili, anche gli atti con i quali il Presidente dell’Autorità portuale, Zeno D’Agostino, vorrebbe consentire agli investitori di Stato cinesi di ottenere il controllo delle nostre principali infrastrutture portuali e ferroviarie.

Conclusioni

Questi rischi verranno allontanati almeno dall’attuale Free Territory of Trieste, dal suo Porto Franco internazionale e dal suo porto doganale grazie all’attività tempestiva di intelligence e di iniziativa politico-diplomatica della I.P.R. F.T.T. ed alla vigilanza dei Governi amministratori primari, che sono quelli degli Stati Uniti e del Regno Unito.

Ma l’accaduto sottolinea in maniera drammatica la gravità del pericolo strategico costituito dai comportamenti irresponsabili di una classe politica italiana che si dimostra sempre più incapace di affrontare con serietà e competenza i problemi di politica estera.

I.L.

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